Ospite
oggi di basketincontro è uno degli allenatori laziali più
esperti, nonché presidente dell’ALAIP, Maurizio Polidori,
attuale direttore tecnico del Bracciano Basket. La sua scelta di
dedicarsi solo al settore giovanile ci ha incuriosito. Con lui
parliamo di questo ma soprattutto di tanti altri argomenti
d’attualità.
Cominciamo
con una presentazione. Anni?
Sessanta…a
dicembre.
E
di panchina?
Quelli
sono quaranta!
Perché
Maurizio Polidori divenne allenatore?
Avevo
16 anni quando comincia ai giocare in serie C, l’attuale B, poi
arrivato a venti ho capito che non avevo i numeri per essere un
protagonista. L’ambiente però mi piaceva, ci volevo rimanere,
così mi iscrissi al mio primo corso di allenatore istruttore
Poalo Vittori.
Come
fù l’inizio?
Come
accade di solito a tutti: tante giovanili.
E
quando la tua prima squadra senior?
Avevo
24 anni ed allenavo le giovanili del Bancoroma; 15 giorni prima
che iniziasse il campionato di C a cui la prima squadra doveva
partecipare, il coach Vanghetti si dimise. Mi chiamarono in sede e
con mia meraviglia mi dissero, tu sei l’allenatore della prima
squadra. In effetti avevo già allenato una squada senior,
la S.G
.C. Tiber, che giocava in Promozione, ma era più guidare un
gruppo di amici che una vera e propria esperienza da allenatore,
anche se poi da quella squadra vennero fuori giocatori importanti.
Tante
panchine in questi 40 anni, ma quale è la squadra che ti è
rimasta nel cuore?
Sono
stato particolarmente fortunato in quasi tutte le mie esperienze
di lavoro sono capitato spesso al posto giusto nel momento giusto
per questo devo ringraziare tutti i dirigenti che hanno creduto in
me. Certo che ricordo con piacere l’esperienza di Azzurra, che
dalla C1 arrivò sino alla B d’Eccellenza e vi rimase.
Soprattutto sono rimasto legato alla squadra che ottenne la
promozione dalla B2 alla B d’eccellenza. Un bel gruppo, un
grande ambiente societario, bravissimi giocatori e uomini veri
fuori dal campo. Certo non posso neppure scordare i nove anni
passati a Vigna di Valle. Un’esperienza impareggiabile che mi ha
fatto conoscere oltre mille giocatori. Se ci pensi, ho avuto la
fortuna di allenare almeno una volta tutti i migliori giocatori
italiani dai ’72 agli ’80. In tutte le società che ho
lavorato ho cercato di dare qualcosa a volte ci sono riuscito a
volte un pò meno ma tutte le esperienze hanno accresciuto il mio
bagaglio di esperienza di vita e di sport.
A
proposito di giocatori, escludendo quelli ancora in attività, tra
quelli che hai allenato quale è il tuo giocatore ideale?
Devo
fare tre nomi: Peisichelli per la sua serietà e i suo modo di
essere unico in difesa, Bastianelli per il tasso tecnico e Luca
Centofanti per il cuore e agonismo che metteva
in campo.
E
quello che invece avresti voluto allenare?
Ti
do il nome di uno che sono riuscito ad allenare una sola volta in
Nazionale Militare, ma che non ti nascondo ho sempre inseguito,
senza mai essere riuscito ad averlo nelle mie squadre di club:
Federico Antinori.
Un
romano?
Certo,
un romano, perché i romani sono bravi. E’ ora di finirla con
questa diceria che i romani sono scansafatiche e non sono adatti a
giocare a certi livelli, non hanno niente da invidiare agli altri
e lo stesso dicasi per gli allenatori romani.
Già,
gli allenatori romani… ma come spieghi che un movimento dai
numeri certamente importanti non riesce ad esprimere allenatori
per le serie maggiori? Se non sbaglio quest’anno sopra
la B
non ci sono panchine occupate da allenatori della nostra regione,
eppure una volta eravamo ben presenti.
Bisogna
fare un distinguo. Una volta il Lazio riusciva ad esprimere
quattro squadre in serie A. La fortuna degli allenatori della mia
età è stata quindi quella di trovarsi in quel momento storico,
che ha permesso a tanti di quella generazione di sedere su quelle
panchine o fare da secondo ad allenatori illustri e mettersi così
in mostra. Poi è venuta un’altra epoca, diciamo quella dei
soldi, quella del Messaggero per intenderci. E i soldi portarono a
cambiare le scelte, anche quelle tecniche. Neppure nello
staff azzurro però ci sono stati o ci sono allenatori laziali e
questo non è sicuramente per non essere all’altezza. Se ragazzi
come Santolamazza, Benini, Bargnani, Cotani, Bushati, ne cito solo
alcuni, sono arrivati in serie A, qualcuno deve pur aver insegnato
loro a giocare. Un preparatore come Roberto Castellanno, ad
esempio, non c’è l’ha nessuna regione. Qui i problemi sono
tanti. Impianti e capacità economiche sono i più eclatanti.
Credo però che il nostro problema principale sia quello di non
avere la capacità di esaltarci e di esaltare il lavoro dei
colleghi. Se parli con allenatori di altre regioni sembra che
ciascuno sia voce e fonte della pallacanestro e soprattutto
difficilmente senti parlar male di un collega. Noi invece non
siamo riusciti a creare uno spirito di corpo, così invece di dare
meriti a chi vince qualcosa, e i risultati dimostrano che
vinciamo, andiamo a cercare le motivazioni di quei successi in
cose che escludono la bravura del collega. Infine pochi allenatori
romani utilizzano i procuratori e questo complica terribilmente la
vita di un coach. Spesso non si allena per meriti ma solo perché
si è raccomandati o si fa parte di una precisa scuderia. .
Che
ne pensi invece della situazione del basket italiano e delle
nazionali?
A
Roma spesso per dire che le cose non vanno si usa dire che
“Siamo alla frutta” io penso che siamo oltre siamo al Conto.
Abbiamo problemi di governo e problemi serissimi di capire cosa
effettivamente questo movimento può fare. Occorre un personaggio
forte coadiuvato da un forte consiglio che sappia riscrivere le
regole per il rilancio del basket. Per quanto riguarda le
nazionali condivido in pieno l’ultima intervista rilasciata da
maestro Mario Blasone.
La
condividi?
Direi
che anzi è stato fin troppo buono. I giocatori italiani ci sono
ed anche i giovani ci sono. A mio parere mancano i selezionatori,
non gli allenatori. L’errore è di voler allenare la nazionale
come se fosse un club ed invece è completamente diverso. Bisogna
saper scegliere i giocatori in funzione dell’obbiettivo che la
nazionale ha in quel momento. Non è detto che bravi giocatori
regionali siano bravi giocatori nazionali e non è detto che bravi
giocatori nazionali lo siano altrettanto nelle competizioni
internazionali. Occorre saper scegliere e saper reclutare in tutta
Italia. Non posso condividere giustificazioni tipo ” I nostri
sembravano i figli dei nostri avversari”.
Voglio
chiudere con una domanda cattiva…
Non
c’è bisogno che me la fai. Me l’aspettavo e ti rispondo
direttamente. Dopo i fatti della scorsa stagione, era entrata
nella mia testa la voglia di cambiare, volevo tornare al passato,
tornare alle giovanili. In questi mesi ti posso assicurare che
offerte ne ho ricevute. Diverse società hanno fatto squillare il
mio cellulare. A tutte ho chiesto se l’offerta comprendesse
anche la responsabilità del settore giovanile; per me era
imprescindibile che ci fosse anche questo. Qualcuna ha detto no,
qualcuna ni, con altre stavamo parlando quando a giugno è
arrivata l’offerta del Bracciano dell’amico Luciano. La
fortuna ha voluto che il programma fosse pienamente da
condividere. Mi si permetteva di allenare dei giovani, partecipare
ad un progetto a largo raggio e anche le mie esigenze economiche
erano pienamente soddisfatte.
Dopo
anni torni alle giovanili
Mica
tanti. Anche a Palestrina non ho mai trascurato l’attività
giovanile. Nel primo anno avevo la supervisione del supergruppo,
quello che faceva sia il campionato giovanile che
la C
2. Quella del supergruppo è stata una mia idea
che ho sempre sostenuto e appoggiato .
Quali
sono le tue prime impressioni dopo due settimane di lavoro in
questa nuova esperienza.
Mi
sento tornato alle origini. Sto bene di testa. Non entro più in
palestra con la necessità di dover combattere con l’umore della
prima donna in campo o con il dirigente di turno. Faccio quello
che più mi piace: insegnare alla pallacanestro, i ragazzi
rispondono e fanno del tutto per seguire .i miei insegnamenti.
Non
ti manca l’adrenalina di una campionato di alto livello?
Assolutamente
no, in tutti questi anni ne ho consumata tanta.
Giu.Ca.
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